La musica tradizionale regionale italiana prende spunto da svariate storie tramandate oralmente nel corso degli anni. In Campania si tramanda una bella e inquietante leggenda circa l’origine delle canzoni popolari.
“L’autore d’ ‘a ccanzone è Cunpido, puveta (poeta) e cantatore da ‘nu munno ‘e secule fa. Ce steva ‘na vota ‘o libbero de ‘sti ccanzone, ma quase tutte però l’ammo ‘mparate a sentirle di’ da l’à utre. Cunpido èva napuletano… mo sta a Casudià volo anema e cuorpo… si cantano di vendemmie, facendo le terrazze, zappando, portando serenate, trasportando il vino, andando appresso al ciuco, vogando, ecc.”.
Se le tradizioni canore romana e napoletana propongono uno sterminato repertorio costituito da canti di varia provenienza storica e geografica, anche le altre regioni italiane presentano un ricco “catalogo” di canti e ballate sviluppatisi secondo quella distinzione proposta all’avvio di questo capitolo dedicato ai canti popolari: il Nord Italia, più legato alle radici Celtiche, presenta per lo più canzoni narrative, mentre il Sud è legato al canto creativo e d’amore in cui lo sviluppo della forma ha un peso centrale.
Queste sono comunque indicazioni di massima, suscettibili di ampie eccezioni, per influenza della musica da ballo o delle culture etniche locali che propongono repertori specifici legati a tradizioni extra-nazionali.

In Piemonte, ad esempio, la cultura del lavoro influenza i canti narrativi, fra cui La Monferrina, da sempre uno dei più popolari, e nelle zone di confine occitane e valdostane sono presenti tradizioni diverse con profonde influenze, la lingua prima di tutto, che provengono d’oltralpe: fra i titoli, Montanaro emigrato, Bella rosa, Pastora fedele, Mugnaio. Esiste poi un’ampia produzione di canzoni più tipicamente torinesi, d’autore e non, legate soprattutto a piccoli episodi o personaggi cittadini; ecco alcuni titoli: Primavera a Türin, ‘N barca ‘n sel Po, Marieme veui Marieme, ‘L bel alpin, Totina, ecc.
Sempre a proposito di eccezioni dalle linee generali, la Liguria, soprattutto a Genova, propone la tradizione vocale del Trallallero, «stile di canto a più voci, dove queste voci umane si fanno strumento, organo, corale, tessitura finissima di colori e suoni/un canto in cui/il testo è più che altro un pretesto, un vago suggerimento tematico». Oscure le origini di questo canto polivocale, anche se gli studiosi sono propensi a credere che sia nato in mare, sulle navi, dove era complicato portarsi strumenti e per fare musica si doveva ricorrere alla voce. È una tradizione lontana, ma rivivificata negli anni Novanta di questo secolo quando i gruppi genovesi delle Voci Atroci e Sensasciou ne hanno utilizzato la tecnica in un contesto pop.
Una delle regioni più ricche di canti popolari è la Lombardia, sia nel repertorio di quelli tipicamente milanesi sia nelle canzoni di origine contadina. Fra queste ultime la regina fra tutte le ballate epico-liriche, non solo milanesi ma di tutta l’Italia settentrionale, è Donna Lombarda, di cui Costantino Nigra, grande studioso del folklore italiano, elenca ben sedici versioni: “Antica ballata, che la tradizione popolare fa risalire all’epoca longobarda, tramandata fino ai giorni nostri attraverso un’infinità di varianti regionali. Narra la storia di una giovane sposa istigata dall’amante ad avvelenare il marito e di un neonato che miracolosamente comincia a parlare; lo stereotipo della donna infedele ed ingannatrice era piuttosto diffuso negli oscuri secoli medioevali, il tetro e cadenzato accompagnamento della musica testimonia fedelmente l’impronta originale del canto. Con un po’ di fantasia il biografo lo immagina sulla bocca di un trovatore alla corte dei Malaspina nel castello di Oramala, nell’alto Oltrepò Pavese, dove a quel tempo erano soliti convenire artisti,cantastorie e menestrelli da ogni parte d’Europa.“
Poi va ricordato il lungo elenco di canzoni del famoso Barbapedanna, personaggio leggendario della tradizione lombarda che avrebbe tramandato, fin dal Seicento secondo Alessandro Visconti, i canti legati soprattutto alla tradizione contadina, fra cui El piscinin, la Marianna la va in campagna, Crapa pelada (poi rielaborata da Gorni Kramer), El risott.
Ma la quantità di canti è enorme e, come è accaduto a Napoli e a Roma con le raccolte di Roberto Murolo e Sergio Centi, Nanni Svampa, musicista, ricercatore, nonché membro del gruppo dei Gufi, ha raccolto un gran numero di canti lombardi e milanesi in una antologia di dodici LP. Discorso a parte merita il grande repertorio dialettale d’autore sviluppato con le composizioni di artisti di diversa estrazione come Giovanni D’Anzi, celeberrime le sue Madunina e Nostalgia de Milan. I Gufi, Fiorenzo Carpi e Dario Fo, che hanno dato vita in modi diversi a una vera e propria rifondazione della canzone milanese.
Nelle tre Venezie e in Friuli la canzone dialettale prende la forma di strambotto, che qui è detto villotta, lirico, monostrofico e amoroso», un componimento musicale utilizzato soprattutto per narrare storie di argomento amoroso e legate alla vita quotidiana. Fra quelle veneziane d’autore citiamo El gondolier, Do cori ‘na gondoa, Dove ti va Nineta, Soto el ponte de’ l’abacia.
Nel Friuli, per motivi storici e geografici, è anche presente l’influenza del canto tedesco e sloveno, che ha risentito fortemente della musica religiosa.
Fra i canti popolari dell’Emilia Romagna molti sono dedicati al lavoro e legati allo sviluppo economico padano: famosissimo a questo proposito è Gli scariolanti, che ricorda il lavoro di bonifica della zona del ferrarese realizzato intorno al 1880.
La Romagna, poi, oltre all’enorme patrimonio di musica da ballo conosciuta sotto il termine di “liscio“, ha sviluppato anche un autonomo repertorio di canti politici e anarchici. In genere tutta l’area padana ha visto crescere un catalogo di canti di contadini e di protesta animato da interpreti in molti casi diventati poi protagonisti del folk-revival degli anni Sessanta: fra questi, Giovanna Daffini, straordinaria interprete della canzone politica e dei canti di lavoro delle Mondine (L’amarezza delle mondine, Sciur padrun da li beli braghi bianchi, Amore mio non piangere) e il Duo di Piadena (L’uva fogarina, La santa Caterina dei pastai, ecc.).
La Toscana rientra nella zona dello stornello, talvolta denominato “rispetto“, una forma canora utilizzata soprattutto nelle zone contadine ed extraurbane. Ma non mancano ballate, ninne-nanne, canti del Maggio, conosciuti a livello nazionale per merito del lavoro di recupero di Caterina Bueno e Dodi Moscati, ma anche canti in ottava rima, antichissima tecnica di canto presente in tutta l’Italia centro-meridionale. Livorno, Pisa, Siena, Firenze vantano una specifica tradizione di canti urbani dedicati alle vicende locali e ai personaggi tipici dei luoghi, narrati con la proverbiale ironia toscana. Anche a Firenze esiste come per Milano, Torino, Venezia, Trieste, un repertorio tradizionale e d’autore di canzoni dialettali immortalate dalle amatissime voci di Odoardo Spadaro e Carlo Buti.Nella zona dell’Amiata e del grossetano si pratica un canto simile al trallallero ligure, qui denominato “il bei“.
In Umbria si utilizza lo stornello, che nel vicino Abruzzo diventa “canzune“, mentre i canti di dispetto sono denominati “canzune suspette” e quello d’origine religiosa “canzungina“. Nel vicino Molise ancora lo stornello e anche le ballate, fra cui va ricordata Tutte le funtanelle e la celebre, ma d’autore, Vola vola vola (di Dommarco e Albanese). Per completare il discorso su quest’area geografica bisogna ricordare che in alcune zone di Umbria, Marche e Abruzzo è ancora vivo il canto a “vatoccu“, probabile eredità di uno stile polivocale presente nell’area in epoca antica.
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