La musica popolare del centro-sud

Rispetto a quanto visto per le regioni del Nord Italia, un discorso a parte merita la storia della canzone romana che per tradizione e ricchezza creativa può competere con le altre grandi tradizioni regionali napoletana e lombarda.

La canzone detta romanesca affonda, infatti, le radici in una tradizione che risale al tredicesimo secolo e ha prodotto un vastissimo repertorio di canzoni. L’elemento formale che ha unificato questo lungo cammino è l’esecuzione dei canti nella forma del sonetto; sotto questo nome gli autori della tradizione romana hanno posto lo stornello e l’ottava, che erano invece le forme principali del folklore musicale di Roma e del centro Italia.

La particolarità del repertorio romanesco è che si è mantenuto per tutta la sua storia sostanzialmente fedele a questa forma canora e nei contenuti è stato sempre caratterizzato da una spiccata funzionalità verso l’intrattenimento. Tale caratteristica è stata sottolineata anche da Pier Paolo Pasolini che così ha scritto a proposito della canzone romana: «È un canto della domenica sera o della festa de noantri… idoneo sfogo alla carica narcisistica nei gorgheggi della melodia».

Due grandi periodi caratterizzano la storia della canzone romana: quello che va dalle origini (intorno al tredicesimo secolo) fino al 1890, quando, per ricordare il ventennale della presa di Roma, viene bandito un concorso di bellezza fra le giovani romane per il quale sono composte anche alcune canzoni, e un secondo periodo che prende il via proprio dalle canzoni lanciate in quel concorso per arrivare ai giorni nostri. Fra i titoli più popolari della tradizione antica vanno ricordati: Alla Renella (del diciottesimo secolo), più conosciuta con il titolo di Come te posso ama’, poi La finta monachella (diciassettesimo secolo) e Partenza amara (meglio nota con il titolo Partire partirò, partir bisogna, del diciannovesimo secolo), che però hanno conosciuto versioni diverse anche in altri dialetti.

La musica tradizionale popolare del centro - sud italia.

La musica popolare da ballo, che nell’area centro-laziale si chiama “Saltarello” e in CampaniaTarantella“, unisce numerose tradizioni del meridione italiano fino alla Sicilia. Rimandando a due capitoli specifici la storia della canzone napoletana, non bisogna dimenticare la ricchezza del repertorio presente nelle altre aree del sud d’Italia, in particolare quelle pugliesi e calabresi, la Puglia presenta a grandi linee due realtà culturali ben distinte.

Quella interna è segnata da una tradizione garganica più legata alla dimensione vocale e immortalata dalle voci di Carmelita Gadaleta e del “poeta contadino” di Apricena, Matteo Salvatore; ma non bisogna dimenticare che lo stesso Domenico Modugno, anch’egli pugliese, ha cominciato la carriera proprio interpretando il folk della sua terra.

Particolarmente rilevante il lavoro di Matteo Salvatore che, attraverso le sue rielaborazioni di nenie e ballate, ha fatto conoscere a tutto il mondo la tradizione musicale contadina delle terre pugliesi e le sue composizioni d’autore (San Michele del Gargano, Lu vecchiu, Vorrei cantar con te, La nascita, Lu grillu e la formica, ecc.):

Sempre in Puglia, ma anche in alcune zone della Calabria, è presente con canti di vario tipo la tradizione canora albanese che negli ultimi anni ha visto un rilancio attraverso il lavoro di recupero di Silvana Licursi. Il folk lucano e calabrese ha affidato il recupero dei canti della tradizione contadina al lavoro di nuovi interpreti, fra cui Antonello Ricci, e al rilancio di strumenti dimenticati come la zampogna.

Altro mondo ricchissimo di tradizione canora è quello siciliano dove i cosiddetti canti dei carrettieri e dei cantastorie hanno mantenuto grande vitalità grazie al lavoro di artisti come Ciccio Busacca (Lu trenu de lu suli, Lamentu pi la morti di Turiddu Carnevali, Lu piscaturi sfortunatu), Otello Profazio e Rosa Balistreri, che hanno rielaborato, talvolta ricreato ex novo, i repertori a partire da ciuri (gli stornelli siciliani a due o tre versi) o dalle canzoni di tradizione.

Difficile sintetizzare in poche righe il lavoro di artisti così importanti per la politica e la cultura siciliana. Otello Profazio e Rosa Balistreri insieme hanno dato vita a una rilettura fondamentale per la conoscenza della musica tradizionale siciliana; ricordiamo fra i lavori comuni Levatillu stu cappeddu, La barunissa di Carini, Mi votu e mi rivotu.

In altri casi il loro lavoro si è basato invece sulle liriche del poeta siciliano Ignazio Buttitta. Infine merita un discorso a parte la realtà musicale sarda, un vero continente sonoro per ricchezza e varietà di tradizioni, dove pratiche ancestrali di antichissima memoria sono ancora popolarissime. Nell’isola è ancora assai diffusa la polivocalità virile eseguita dalle formazioni dei tenores barbaricini e della tasgia gallurese, un patrimonio millenario che ha conosciuto uno straordinario rilancio internazionale anche nell’ambito della musica pop, grazie all’interesse di artisti come Peter Gabriel.

Ancora molto vivi sono i canti lirici-monostrofici, muttos, muttettos, battorina, quelli religiosi e soprattutto la pratica del ballo popolare con accompagnamento di organetto o launeddas, lo straordinario triploclarinetto sardo che funziona come una zampogna anche se utilizza la riserva d’aria fornita dalla cavità orale del suonatore anziché dall’otre di pelle.

Infine non bisogna dimenticare che anche l’isola sarda ha avuto la sua Rosa Balistreri, la sua Giovanna Daffini, nella voce della cantante di Siligo (Sassari) Maria Carta. Famosissime sono le interpretazioni di canti provenienti dalle zone di Logudoro, Gallura e Campidano quali Su Cantu in re (nato in Logudoro), da cui derivano alcune varianti, S’isulana una versione semplificata della cosiddetta Piaghesa antica, Sa Nugoresa, Sos Mutos, La Tempiesina, (nato a Tempio, in Gallura), La Filognana (noto anche come sa Filonzana) di origine gallurese, come La Corsicana e Su Trallalleru, originario del Campidano.

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