“Santa Lucia” è una canzone napoletana, scritta da Teodoro Cottrau e pubblicata come “barcarola” a Napoli nel 1849. Lo stesso Cottrau la tradusse in italiano durante la prima fase del Risorgimento, facendola diventare la prima canzone napoletana tradotta nella lingua di Dante; i versi del brano celebrano il pittoresco aspetto del rione marinaro di Santa Lucia, sul golfo di Napoli, cantato da un barcaiolo che invita a fare un giro sulla sua barca, per meglio godere il fresco della sera.
La canzone divenne immediatamente un successo nazionale, conoscendo un trionfo che la proiettò fuori della penisola e che ancora oggi la conserva in tutti i repertori di musica italiana interpretati al mondo dai migliori cantanti, sia lirici che leggeri. Negli Stati Uniti la prima edizione tradotta in inglese fu quella di Thomas Oliphant, pubblicata a Baltimora da M. McCaffrey, anche se la versione definitiva ed oggi maggiormente diffusa è quella registrata agli inizi del XX secolo dal grande cantante lirico napoletano Enrico Caruso.
Sempre oltreoceano fra gli artisti che si sono cimentati col brano c’è Elvis Presley, che nel 1965 la inserì nell’album Elvis for Everyone. Nei paesi scandinavi Santa Lucia è famosissima, e, con un testo differente, viene intonata durante i festeggiamenti di Santa Lucia, che nell’emisfero Nord cadono nel periodo di massimo buio dell’anno, durante il quale la tradizione vuole che la santa viaggi attraverso ogni città e paese per portare doni e dolci ai bambini ed annunciare il prossimo avvento della luce che prende il sopravvento sull’oscurità. La versione più celebre fra quelle scandinave è certamente quella svedese, intitolata Luciasången o Sankta Lucia, ljusklara hägring. In Boemia e Slovacchia è molto famosa una traduzione intitolata Krásná je Neapol, incisa da Waldemar Matuška.
“Funiculì funiculà” è una celebre canzone napoletana scritta nel 1880 dal giornalista Giuseppe Turco e musicata da Luigi Denza. Il testo fu ispirato dall’inaugurazione della prima funicolare del Vesuvio, costruita nel 1879, per raggiungere la cima del Vesuvio. La canzone, eseguita alla festa di Piedigrotta, descrive quindi ai napoletani e soprattutto ai turisti i vantaggi offerti dal nuovo mezzo di trasporto, che permette di salire senza fatica, ammirando il panorama. In breve tempo la melodia divenne celebre in tutto il mondo, consentendo all’editore Ricordi di venderne un milione di copie in un solo anno. Nel corso degli anni venne interpretata anche da grandi tenori, quali Mario Lanza, Luciano Pavarotti, Muslim Magomaev e molti altri.
“Era de maggio” è una canzone in lingua napoletana, basata sui versi di una poesia del 1885 di Salvatore Di Giacomo e messa in musica da Mario Pasquale Costa. I versi sono quelli di una canzone d’amore. Nella prima parte viene narrato l’addio, durante il mese di maggio, tra due amanti, i quali si ripromettono di ritrovarsi negli stessi luoghi, ancora a maggio, per rinnovare il loro amore. La seconda parte della canzone è incentrata sul nuovo incontro tra i due.
“Marechiare” è il capolavoro assoluto di Salvatore Di Giacomo. I versi di questa canzone hanno una forza evocativa straordinaria, tale da indurre in chi li legge la sensazione di trovarsi proprio lì sulla scena della narrazione. Fin da subito, infatti, pare quasi di odorare il profumo del mare, di vederne i colori e di sentire il rumore delle sue onde. Marechiare è l’esperienza dell’uomo in amore che rimane estasiato di fronte alla bellezza della natura. Un amore ideale dove la donna oggetto del desiderio, Carulì, rimane nascosta dietro una finestra chiusa; anzi, che addirittura se la dorme.
Ma se le parole di Marechiare hanno la loro carica evocativa, la musica non è certo da meno; fu il più grande autore di romanze dell’ottocento italiano a scriverla: il Maestro Francesco Paolo Tosti. Marechiare sarà la canzone che darà fama mondiale, oltre che allo stesso al poeta Di Giacomo, a uno dei posti più belli di Napoli, e chissà nel corso degli anni quante persone sono accorse come turisti da tutto il mondo per visitare quel luogo.
Ispirata a un vecchio canto popolare di Pomigliano d’Arco e Frasso Telesino ma trasferita in una dimensione colta, sottilmente ironica, “E spingule frangese“, musicalmente è una satira garbata, quasi uno scherzo in cui l’eco del passato viene rievocato con delicata discorsività. Questa canzone, presente nel repertorio di tutti i divi del cafè chantant e del teatro di varietà, oltrepasserà le Alpi ed entrerà nelle grandi corti imperiali.
“Lariulà” è la storia di un litigio tra due giovani innamorati, ancora immaturi, un “ammore ‘e vìcolo”; il litigio forse è nato per qualche maldicenza, chiacchiere di vicolo o incomprensione. Un litigio tra due innamorati giovanissimi, abitanti nello stesso vicolo, il tipico “amore di vicolo”, nato spontaneo tra coetanei che convivono nel piccolo universo del vicolo, da dove si esce solo per andare a scuola o a lavorare, fare acquisti di cose che l’economia del vicolo non offre, andare da parenti, quasi mai per comunicare con quelli dei vicoli accanto, salvo che per motivi gravi, che interessano il Quartiere o un singolo Rione del Quartiere. I protagonisti sono giovanissimi, hanno pochi mezzi, i regali che si sono scambiati sono semplici, un foulard di seta inglese per la ragazza, un fazzoletto da tasca ricamato per il ragazzo, che per loro valgono più di un brillante o un abito costoso, di cui forse non hanno nemmeno idea e di cui non sentono il bisogno; il litigio sarà nato per qualche chiacchiera di vicolo, frutto di invidia di chi non sopporta un amore così giovane e così bello.
“O Sole mio” è uno di quei pezzi che piacciono al primo ascolto, che rasentano la magnificenza pur mantenendo una grande semplicità, che ritroviamo nelle parole utilizzate per esprimere i concetti, quali l’amore, la gratitudine, la felicità. Il titolo, in sé e per sé, racchiude tutta l’essenza e la profondità del pezzo, che si intensificano ancora di più leggendo e ascoltando il testo. L’aggettivo possessivo “mio” fa pensare immediatamente al senso d’appartenenza, al legame, al contatto intimo che si può avere e stabilire con qualcosa o con qualcuno. In questo caso il legame non è solo di natura toponomastica, riferito quindi alla propria città, dove il sole fa inevitabilmente battere forte il cuore proprio per la sua unicità e per tutte le emozioni che scatena nell’animo dei napoletani. C’è un significato e un legame ancora più profondo e non da meno, ovvero il rapporto con la donna amata: “Ma n’atu sole cchiu’ bello, oi ne’, ‘o sole mio sta ‘nfronte a te” recita la canzone. Una metafora che farebbe letteralmente sciogliere ogni donna compiaciuta da una manifestazione così alta, pura e mai banale d’amore. Impresa non facile. Un capolavoro unico nel suo genere, che ha fatto sognare milioni di persone, motivo assoluto di perdizione.
La storia legata alla nascita ed al successo della canzone è davvero insolita, inverosimile sotto alcuni aspetti ed anch’essa ha qualcosa di magico: Eduardo Di Capua e Giovanni Capurro, musicista e poeta ed amici nella vita reale, ne sono stati i fautori. Quando conoscenze musicali e doti poetiche si fondono il successo è assicurato. Strano ma vero: la fonte d’ispirazione per la composizione della canzone non non è stata Napoli come viene spontaneo pensare. Ciò nonostante, può cambiare il posto, il modo, il tempo, l’ora e tutto il resto ma è sempre la napoletanità impressa nel cuore di ogni napoletano a dar vita a quel sottile stato di malinconica nostalgia capace di ispirare poesie, canzoni, racconti (e anche ricette) capaci di rimanere vive nella storia.
“O Sole mio” non è riuscita a sfondare al primo colpo ma il successo arrivò ben presto ugualmente: durante le Olimpiadi di Anversa, del 14 agosto del 1920, il maestro dell’orchestra, durante la sfilata della squadra italiana, fece cantare ‘O sole mio’, perché aveva perso lo spartito delle canzoni scelte, e fu subito amore!
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