TRENTATRE’ VALORE ALPINO (inno nazionale alpini)
La più famosa marcia degli Alpini. Questo canto, che molti credono essere patrimonio originale italiano, è invece canto d’autore francese: il testo e di D’Estel, la musica di Travè e il titolo “Fiers Alpins“. Il pezzo non deve la sua notorietà al contenuto, che è piuttosto retorico, tanto che nelle esecuzioni quasi tutti i cori omettono il testo, sostituendolo con efficaci imitazioni a banda.
LA MIA BELA LA MI ASPETA
Il Battaglione Edolo, chiamato anche Battaglion Gallina per via di una certa predilezione dei suoi uomini, in gran parte bergamaschi e bresciani, verso i pollai, fu il primo a schierarsi sulla linea del Tonale allo scoppio della guerra, rimanendo in zona per tutta la durata del conflitto. Il canto, di antica origine, ritorna a essere cantato, adattandosi alle vicende della prima guerra mondiale. Il motivo per il distacco del soldato che parte, tema assai ricorrente nel canto popolare, è diviso tra l’amore per la donna che deve lasciare e quello per le montagne che, forse, non rivedrà mai più.
La mia bela la mi aspeta ma io devo andare a la guerra chi sa quando che tornerò. L’ò ardada a la finestra ma io devo andare a la guerra la mia bela aspeterà. Il nemico è là in vedetta; o montagne tutte bele Valcamonica del mio cuor.
SUL CAPPELLO
Più che una canzone, un piccolo celeberrimo inno che non ha bisogno di commenti. Uno dei pochi canti in cui l’Alpino dà sfogo ad un pizzico d’orgoglio, vincendo l’atavica modestia.
Sul cappello che noi portiamo c’è una lunga penna nera che a noi serve da bandiera su pei monti a guerreggiar. Su pei monti che noi saremo coglieremo le stelle alpine per donarle alle bambine, farle pianger e sospirar. Evviva, via il reggimento evviva, viva il corpo degli Alpin.
CAMPANE DI MONTENEVOSO
E’ una canzone piena di vita, di gioia, di speranza. Cento giovani Alpini partiti dai loro paesi alle falde del Monte Nevoso per andare a compattere e a morire per l’Italia nella prima Guerra Mondiale, sono salutati dal suono giocondo delle campane di quel piccolo bianco paesello. quel suono è l’augurio di pace e di un felice ritorno, dove ci sarà ad attenderli il grano al sole l’acqua viva delle fonti, e tra quelle mura lacere il calore di un cuore in attesa.
E C’ERANO TRE ALPIN
Canto della Grande Guerra basato su un tema semplice e vivace che potrebbe essere fischiettato sulla porta di casa o suonato dalle fanfare. Il testo sembra derivare dall’antico “Il Tamburino”. Le parole sono state quasi totalmente modificate durante il conflitto 1915-18, anche se le caratteristiche generali e l’atmosfera si mantengono uguali al modello; mancano però riferimenti storici precisi.
Si mostra evidente la sua origine spontanea, “dal basso”: questo non è un inno ufficiale né un canto propagandistico, come si evince dallo stile estremamente informale e dai toni irriverenti e quasi sovversivi di alcuni passaggi. Inoltre nel racconto del divertente episodio appare solo un’ombra delle tragiche vicende di guerra nella minaccia di fucilazione.
Un fragoroso scoppio di risa potrebbe concludere la storia, al giovane soldato non importa di avere una principessa per moglie perché, come recita una strofa ulteriore non presente in questa versione, “e io al pais / io tengo la morosa”.
CENTOMILA GAVETTE DI GHIACCIO
Stanchi, soli, ci han lasciati qui da soli, la steppa e poi, il gelo e poi, e nient’altro che speranze. Quanto freddo ho sulle mani io, quanto freddo dentro al cuore mio. Dolce Italia mia, che ci han fatto mai. Centomila gavette di ghiaccio, centomila speranze spezzate, a vent’anni non si può morire, non piangere mamma, tornerò. Guardo in alto, ci han lasciato almeno le stelle: Ave Maria prega tu per noi.
C’E’ UN PASSO ALPINO
MARCIA DEI COSCRITTI PIEMONTESI
Canzone popolare di fine ‘800. Riscoperta nel 1982 dal maresciallo Sergio Bonessio, direttore della fanfara della Brigata Alpina Taurinense, è divenuta di fatto l’inno della Taurinense e, di conseguenza, degli Alpini piemontesi.
La marcia descrive la partenza dei coscritti dal paese, in un clima festoso rovinato solo dalle lacrime d’invidia dei riformati che restano a casa congratulandosi a denti stretti. Coinvolgente, allegra e pure militaresca q.b., è semplicemente splendida.
Il ritornello “l’è ‘l Piemunt c’à da’ a l’Italia / sua pi bela giuventù” è variamente interpretato. Tutto ruota attorno a chi debba attribuirsi la specificazione “sua”. Secondo la prima teoria significa: la migliore gioventù d’Italia viene dal Piemonte. I piemontesi modesti correggono così: il Piemonte dà la propria miglior gioventù all’Italia.
NONNO AMILCARE
Leggi anche: Canti degli Alpini e Canti Alpini 5.


