MONTE NERO
Forse ispirandosi ad un vecchio canto della “ligera“ milanese orecchiato in trincea (“O vile Nero, traditore della vita mia”) l‘Alpino piemontese Domenico Borella compose questo canto sul luogo dell’azione, attribuendogli il curioso titolo di: “Cansone omoristica del 3° Reggimento Alpini alla conquista del Monte Nero”. L’impresa, svoltasi il 15-16 giugno 1915, fece meritare ai Battaglioni “Exilles” e “Susa” il rispetto degli austriaci che coniarono la famosa frase “giù il cappello davanti agli Alpini” e riconobbero come “magistrale” l’azione che portò le penne nere sulla vetta del bastione dominante la riva sinistra dell’Isonzo (posizione tenuta fino all’offensiva di Caporetto, ottobre 1917). Il clima altamente epico e umano allo stesso tempo del canto viene valorizzato dall’elaborazione che si sviluppa in perfetta sintonia con il testo, con un crescendo progressivo di rara potenza espressiva.
Spunta l’alba del sedici giugno, comincia il fuoco dell’artiglieria il terzo Alpini è sulla via Monte Nero a conquistar. Monte Nero Monte Nero, traditore della vita mia, ho lasciato la casa mia per venirti a conquistar. E per venirti a conquistare ho perduto tanti compagni tutti giovani sui vent’anni: la sua vita non torna più. Colonnello che piangeva nel vedere tanto macello fatti coraggio alpino bello che l’onore sarà per te.
LA PAGANELLA
Popolarissima canzone di Pigarelli, presentata a Trento per la prima volta nel 1925.
Nelle sue parole la canzone invita tutti a salire su questa montagna trentina, dalla quale si può ammirare la città di Trento e poi tutt’ intorno, laghi, vallate, le Dolomiti, e giù giù a perdita d’occhio fin quasi a Milano. Raccomanda inoltre scherzosamente di avere per compagnia una putela e perchè nò, una bottiglia di buon vino. La canzone possiamo definirla una piccola guida per la vista del Trentino.
A LA MATINA SI GHÉ ‘L CAFÉ
LA BOMBA IMBRIAGA
“Ostregheta, se fuse na bota, se fuse na bota ripiena de vin…”
La vita di trincea, per i nostri soldati, era certo durissima. Ma dopo molti mesi quelle baracche e quei fossati dovevano assumere per loro un aspetto ormai familiare, e rappresentare ormai quasi una nuova casa. Così non è assurdo pensare che, soprattutto nei lunghi tempi morti necessari per il rafforzamento delle postazione e le preparazioni degli attacchi, ci fosse spazio anche per lo scherzo, per l’ironia, per l’immaginazione.
E la realtà che si viveva ogni giorno, nella precarietà di ogni istante, era la prima a essere trasfigurata: ecco allora un gruppo di alpini intento a immaginare che, per una volta, il fischio che accompagna la parabola dei colpi di artiglieria nemica annunci l’arrivo di una botte di vino! Forse era il modo per sdrammatizzare proprio uno dei momenti più difficili: il bombardamento.
E purtroppo la realtà reclama il suo posto, e uccide tutte le delle fantasie; e il lungo fischio che fa scappare gli uccelli e rompe il silenzio mattutino non accompagna la tanto desiderata damigiana, ma, una volta di più, una bomba esplosa lì vicino.
ALPINO DELLA JULIA
Questa canzone ha due caratteristiche che la contraddistinguono e la rendono, in certo senso, eccezionale: la canzone risulta essere una delle rarissime (se non l’unica) che sia nata e sia stata cantata al fronte da soldati italiani nel corso della seconda guerra mondiale. Tanto i versi quanto la melodia sono stati composti da Giulio Bedeschi che al termine della campagna greco-albanese, pur non conoscendo la tecnica musicale, ha ideato la melodia con cui ha integrato i versi sulla spinta emotiva derivatagli dal ricordo dell’immane sacrificio offerto su quel fronte dagli Alpini della Julia. Trasferita successivamente la Julia sul fronte russo, Bedeschi completò la canzone inserendo la strofa riguardante lo stesso fronte. Attraverso il ricordo degli Alpini superstiti, la canzone ha poi richiamato l’interesse del Maestro Luciano Chailly, al quale si deve l’attuale straordinaria elaborazione ed armonizzazione ideata appositamente per il Coro ANA di Milano.
Alpino della Julia, prendi le scarpe nuove, quelle che porti ai piedi nessuno più le vuole: mancan le stringhe, non ci son più le suole. Chi le ha rubate? Il fango dell’Albania. O veci che si’ morti sui sassi delle Tofane, ve par che semo stai in gamba anca noialtri? I ne ciamava i santi dell’Albania, ma no xe vero, semo soltanto i fioli vostri, i fioi de le montagne de l’Italia. Alpino della Julia, tua madre aspetta ancora, dicevi di tornare, non sei tornato più: lunga è la strada che porta fin lassù. Chi ti ha rubato? La neve della steppa. O veci che si’ morti sui sassi delle Tofane, ve par che semo stai in gamba anca noialtri? La vostra strada scambiata con la nostra strada de casa, semo per sempre i fioli vostri, i fioi de le montagne de l’Italia.
JOSKA LA ROSSA
Anche questo canto è legato alla seconda guerra mondiale. Gli Alpini non avevano fatto a tempo a tornare dalla Grecia che, l’anno dopo si trovarono in partenza per un altro fronte a rinforzo di altre truppe del nostro esercito già su quel fronte dal 1941. Siamo nell’estate del 1942 e il paese invaso è la Russia che, fin dai tempi di Napoleone, ha un famoso generale, “il generale inverno”. E saranno anche il grande gelo dell’inverno russo e l’equipaggiamento non adatto dei nostri soldati che faranno soccombere gli Alpini.
Il canto di Bepi De Marzi richiama la classica melodia russa, quella che, al suono della balalaica, invita alle movimentate danze popolari di quel paese.
Questa volta i protagonisti della danza sono gli Alpini delle Divisioni “Cuneense”, “Tridentina” e “Julia”, alpini che la Storia vede impegnati in una guerra, insensata come lo sono tutte le guerre, una guerra voluta da chi comandava una guerra oltretutto mal preparata e finita in tragedia; partirono in 55.000, questo era la forza del Corpo d’Armata Alpino facente parte dell’ A.R.M.I.R.: 34.170 furono i morti ed i dispersi, 9.410 i feriti e i congelati! Gli alpini, anche se nemici ed invasori, si comportarono umanamente con la popolazione civile. Il testo racconta una storia, certamente inventata, divenuta una poesia, senz’altro ispirata al racconto di qualche reduce e, appunto perché poesia, o meglio “musica poetica”, riesce a focalizzare la gioia ed il dolore, l’amore e l’odio, il perdono e la vendetta, la vita e la morte.
Ma la vera protagonista di questo canto è la donna russa, impersonata da una ragazza, Joska, che ha compassione di questi uomini lontani migliaia di chilometri dalle loro case, uomini che, nel momento del bisogno, non possono avere vicine le loro donne, la mamma, la moglie, la “morosa” e le sorelle.
Allora Joska si sostituisce a queste donne per alleviare la malinconia, la solitudine ed il dolore degli alpini. E, alla fine sarà ancora Joska a dar loro pietosa sepoltura nella fredda terra russa.
MOTORIZZATI A PIE’
Entrato ormai nel repertorio degli Alpini, il canto pare derivi da una canzonetta in voga all’epoca della guerra di Abissinia del 1887-88, ridivenuta popolare nel secondo conflitto mondiale col titolo “In Grecia destinati“. Canzone emblematica degli Alpini è un’immagine descrittiva di umiltà e sacrificio già chiarissima nella metafora del titolo. Con la semplicità del testo, ci dice quanto sia labile e precaria la sorte, anche per uomini come questi, ricchi di umanità e di carattere. Così, i vari stati d’animo contradditori come la lontananza, i ricordi, l’aleatorietà della fortuna, le delusioni, la speranza della vita, del ritorno a casa, si accavallano tumultuosi.
Ai primi di novembre nessun se l’aspettava la cartolina bianca mi tocca di partir. Motorizzati a piè la piuma sul cappel lo zaino affardellato l’alpin l’è sempre quel. E partiremo allor con la tristezza in cuor lasciando la morosa con gli altri a far l’amor. E vegnirà quel dì che canterem così: finita l’è la naja a casa a ritornar.
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