LA CIMA DEL MONTELLO
Questa è una canzone dove si parla di una letterina scritta con la punta della baionetta che, come altri canti, si trasforma da una guerra all’altra. Una strofa era cantata così: “La palma della mano sarà la carta, la punta del mio fucile sarà la penna, la punta della baionetta farà vendetta”. Nel 1918 la strofa finale viene così modificata: “Scriverò una letterina tutta d’amor, la palma della mano sarà la carta, la punta del mio cuore sarà la penna, il sangue delle vene sarà l’inchiostro, su e giù per il Montello sarà un macello”.
La cima del Montello sarà un macello. Scrivo una letterina: sarà d’amore. La punta del mio cuore sarà la penna.
SENTI CARA NINETTA
La coscrizione obbligatoria, cominciata con la Rivoluzione Francese, si fece sentire pesantemente in Italia al tempo della dominazione di Napoleone I che, con tutte le guerre che faceva, aveva un gran bisogno di soldati. A quest’epoca risalgono molti canti militari. Tutti sono improntati a una rassegnata inevitabile obbedienza e al dolore del distacco dai parenti e dalle morose. Alcune di queste canzoni saranno poi cantate, tal quali o con piccole varianti, in tutti i periodi in cui più acuto ridiventerà il problema della partenza per la guerra.
Senti cara Ninetta cosa m’è capità: m’è capità ‘na carta che sono richiamà. Se sono richiamato bella non sta a zigar: tra quattro o cinque mesi mi vegno congedà. Senti cara Ninetta il treno a cifolar, sali sulla tradotta, alpin ti tocca andar.
L’ULTIMA NOTTE
Canzone del Maestro De Marzi in ricordo dell’odissea degli Alpini durante la ritirata di Russia.
SUL PONTE DI PERATI
Uno dei rari canti coniati nel corso della seconda guerra mondiale, ma tuttavia rifacentesi (con melodia praticamente identica) ad un canto Alpino della guerra 1915-18, a sua volta allacciato ad un precedente motivo popolare. Il vecchio motivo della prima guerra mondiale “Sul ponte di Bassano, bandiera nera”, che aveva echeggiato sulle sponde del Piave, riaffiora ventidue anni dopo lungo le rive della Vojussa, in terra di Grecia, su un ponte che è ora quello di Beratij. Ne esce rinnovato e arricchito in potenza evocativa rispetto all’originale (caso forse unico). Sono gli Alpini della Julia a rendere famoso il canto durante le campagne di Albania, Grecia e Russia, dopo averne vissuto le sanguinose vicende dall’autunno 1940 alla primavera 1941 sul confine greco-albanese. Era il canto caro a Don Carlo Gnocchi. Il canto che, come un inno, seguì la Julia fino alle steppe del Don, a Nikolajewka.
Sul ponte di Perati, bandiera nera l’è il lutto degli Alpini che fan la guera. L’è il lutto degli Alpini che fan la guera la mejo zoventù che va soto tera. Sui monti della Grecia c’è la Vojussa col sangue degli Alpini s’è fatta rossa. Alpini della Julia: in alto il cuore sul ponte di Perati c’è il tricolore.
IL TESTAMENTO DEL CAPITANO
La vera e sicura origine di quello che potremmo definire il più classico, il più nobile fra i canti degli Alpini si riscontra nel canto funebre cinquecentesco “Il testamento spirituale del Marchese di Saluzzo“. Il Nigra ce ne tramanda le versioni, in piemontese arcaico, ritenute più originali e già nel 1858 traccia dettagliatamente la vicenda storica cui il canto è legato. Michele Antonio, undicesimo marchese di Saluzzo, capitano generale delle armi francesi nel reame di Napoli, mortalmente ferito da un obice durante la difesa della fortezza di Aversa assediata dalla truppe borboniche, nel 1528, esprime le sue ultime volontà ai soldati riuniti attorno al letto di morte. E sarà forse proprio uno di quei soldati l’ignoto autore che riversò nel canto gli ultimi sublimi istanti del capitano, creando una fra le gemme più interessanti del patrimonio epico – lirico italiano, ereditata in seguito dalla tradizione alpina.
El capitan de la compagnia si l’è ferito, sta per morir el manda a dire ai suoi alpini perchè lo vengano a ritrovar. I suoi alpini ghe manda a dire che non ha scarpe per camminar o con le scarpe o senza scarpe i miei alpini li voglio qua. Cosa comanda sior capitano che noi adesso semo arrivà e io comando che il mio corpo in cinque pezzi sia taglià. Il primo pezzo alla mia Patria, secondo pezzo al battaglion il terzo pezzo alla mia mamma che si ricordi del suo figliol. Il quarto pezzo alla mia bella che si ricordi del suo primo amor l’ultimo pezzo alle montagne che lo fioriscano di rose e fior.
LA PENNA DELL’ALPINO
Non risulta conosciuto prima dell’ultima guerra, ove apparve la prima volta, sicuramente sullo spunto di una vecchia melodia popolare. Il testo è pieno di un sano “spirito di corpo” nella sua ingenua apologia.
Bersagliere ha cento penne, ma l’alpin ne ha una sola: un po’ più lunga, un po’ più mora sol l’alpin la può portar. Quando scende la notte bruna tutti dormon nella pieve, ma con la faccia dentro la neve sol l’alpin non può dornùmir. Là sui monti vien giù la neve, la tormenta dell’inverno, ma se venisse anche l’inferno sol l’alpin riman lassù. Se dall’alto dirupo cade, consolate i vostri cuori perchè se cade in mezzo ai fiori non gli importa di morir.
TA – PUM
E’ uno dei più noti e più diffusi canti della prima guerra mondiale, come dimostrano le numerose varianti al testo. L’onomatopeico ta-pum sta a imitare, come è noto, il colpo di un’arma da fuoco seguito dall’eco dello sparo nella valle. La sua origine risale a un vecchio canto di minatori, nato durante i lavori di scavo della galleria ferroviaria del San Gottardo tra il 1872 e il 1880. In quel caso, ovviamente, il ta-pum si riferiva allo scoppio delle mine.
In una memoria del generale Pasquale Oro si legge che «si dubitava della fedeltà e del coraggio dei nostri Alpini». Essi, invece, quando furono lanciati all’assalto, «raggiunsero le falde dell’Ortigara e,» continua il generale Oro, «avrebbero proceduto oltre se non fossero stati fermati per ordine superiore sotto cresta in posizione critica esposti al fuoco concentrato nemico, coll’ordine di ridurre a testa di ponte la quota 2101 allora conquistata.
Da quel momento cominciò il calvario di quelle balde truppe; attacchi e contrattacchi si succedettero senza posa fin oltre il 15 giugno mettendo a dura prova la resistenza di quei reparti. Il 19 giugno gli Alpini eseguirono un attacco di sorpresa e si impossessarono della cima dell’Ortigara senza per altro liberarsi dal fuoco dominante e concentrato da Corno di Campo Bianco, Val Sugana, Cima Castelnuovo e Campigoletti e si persistette in quella difficile posizione subendo perdite spaventose piuttosto che cedere. Il 25 il nemico sferrò un suo ultimo attacco violentissimo. Si impadronì di quota 2105 contrattaccato infruttuosamente dalle nostre truppe eroicamente prodigantisi sotto una orrenda furia di artiglieria e di getti di gas asfissianti. Si dovette ripiegare: abbandonare l’azione. Il massacro degli Alpini sull’Ortigara è rimasto leggendario; il loro nome risultò immacolato e coperto di nuova gloria che non tramonterà giammai».
Venti giorni sull’Ortigara senza il cambio per dismontà. Ta-pum. E domani si va all’assalto, soldatino non farti ammazzar. Ta-pum. Quando poi si discende a valle, battaglione non ha più soldà. Ta-pum. Nella valle c’è un cimitero, cimitero di noi soldà. Ta-pum. Cimitero di noi soldati, forse un giorno ti vengo a trovar. Ta-pum.
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